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Sisma 2016 nelle Marche: l'anagrafe antimafia doveva tenere fuori le cosche, l'accusa le trova nei cantieri in subappalto

25 ottobre 2026, ore 18:19

Il 22 ottobre la Guardia di Finanza, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Ancona, ha eseguito l'operazione «Ricostruzione»: otto arresti, 51 indagati, beni sequestrati per oltre 57 milioni di euro. Secondo gli inquirenti, i lavori pagati con i contributi pubblici per rifare le case nelle Marche dopo il terremoto del 2016 sono stati «subappaltati anche a persone collegate alla criminalità organizzata calabrese e campana». Le accuse vanno dalla truffa aggravata per ottenere i contributi pubblici alla corruzione. Nessuno, per ora, è stato condannato.

Fra gli arrestati c'è un costruttore accusato di concorso esterno in associazione mafiosa: per gli investigatori era la «cerniera» fra le imprese formalmente in regola e quelle vicine ai clan. Secondo l'accusa, attraverso i suoi subappalti nei cantieri hanno lavorato anche persone vicine a organizzazioni criminali, fra cui due ritenute legate a un clan campano. Un altro filone riguarda imprese legate a famiglie della criminalità organizzata calabrese e un giro di fatture false. Le cosche i terremoti non li fanno. Arrivano dopo, insieme ai soldi.

Eppure, sulla carta, la porta era chiusa. L'articolo 30 del decreto-legge 189 del 2016 ha creato apposta per questa ricostruzione l'Anagrafe antimafia degli esecutori, tenuta da una struttura del ministero dell'Interno. Nel «cratere», cioè nei comuni di Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo colpiti dal terremoto, ogni impresa che lavora alla ricostruzione, pubblica o privata, a qualunque titolo, deve essere iscritta all'anagrafe. Subappaltatori compresi.

Allora come sono entrate nei cantieri le persone vicine ai clan? Secondo l'accusa riportata dal Fatto Quotidiano, con imprese intestate a prestanome. Formalmente i titolari erano altri. Per gli investigatori, le imprese facevano capo a un uomo già condannato in appello per associazione mafiosa e a due persone ritenute vicine a un clan campano. Per iscrivere un'impresa all'anagrafe la legge chiede il controllo antimafia più severo, quello che non si ferma ai nomi sui documenti e cerca i segni di un'infiltrazione anche oltre chi figura come proprietario. Secondo gli inquirenti, proprio i prestanome avrebbero aggirato quei controlli. A trovarli è stata la Guardia di Finanza, dieci anni dopo il terremoto, non l'anagrafe.

Il problema è più grande dei 57 milioni. Al 31 maggio 2026, secondo il commissario straordinario per il sisma 2016, per la ricostruzione privata erano già stati pagati oltre 8 miliardi di contributi pubblici: circa 135 euro per ogni italiano, neonati compresi. Il commissario la chiama «il più grande cantiere d'Europa». Secondo l'accusa, se n'erano accorte anche le cosche. I 57 milioni sequestrati sono meno di un centesimo di quegli 8 miliardi. Per tutto il resto, garantisce l'anagrafe.

Quindi la domanda, per la struttura antimafia del ministero dell'Interno: le imprese intestate a prestanome che, secondo l'accusa, lavoravano nei cantieri per conto di quelle persone erano iscritte all'anagrafe? E se lo erano, che cosa aveva guardato il controllo, oltre ai nomi sui documenti?

Nel cratere del 2016 l'antimafia ha un'anagrafe. Le cosche, secondo l'accusa, avevano un subappalto.

Il presente articolo nasce da un fatto di cronaca apparso su Il Fatto Quotidiano il 22 ottobre 2026.

Scritto dal Dott. Flavio Marzani, fondatore di www.fmstudioconsulenza.it

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