In Irpinia un'impresa della valle riapre con 13,2 milioni la fabbrica lasciata da ArcelorMittal. A Taranto lo Stato ha speso 3,6 miliardi e l'ex Ilva è spenta
7 novembre 2026, ore 16:07
Il 4 novembre, al ministero delle Imprese, è stato firmato il preliminare con cui Tecno Meccaniche Moderne, un costruttore irpino di strutture metalliche per treni, mezzi di trasporto e difesa, rileva lo stabilimento di Luogosano, in provincia di Avellino, che fu di ArcelorMittal. Il piano dell'azienda per gli anni dal 2027 al 2030 prevede investimenti per 13,2 milioni di euro: l'impresa riprende i trentuno operai che vi lavoravano e, entro il 2030, ne assume altri 35, formati con il sostegno della Regione Campania e dell'istituto tecnico superiore della zona. La vertenza era durata quindici mesi.
Il compratore, per giunta, non è venuto da lontano: l'impresa ha già due sedi nei paesi vicini, e a chiamarla è stato il consorzio per le aree industriali della provincia. Per rimettere in moto una fabbrica lasciata dal colosso dell'acciaio è bastato, insomma, qualcuno che avesse un lavoro da farci dentro.
Lo stesso gruppo franco-indiano, nel 2018, era entrato anche nell'ex Ilva di Taranto, la più grande acciaieria del paese, e anche quella storia è finita: dal febbraio 2024 l'impianto è in amministrazione straordinaria e lo gestisce lo Stato, in attesa di un compratore che ancora non c'è. In questi giorni ha spento l'ultimo altoforno, perché la Cassazione ha confermato lo stop deciso a fine luglio dalla Corte d'appello di Milano per l'inquinamento da amianto e polveri sottili. «Da questa mattina non c'è più nulla di acceso», ha detto ai sindacati, al ministero del Lavoro, il direttore generale di Acciaierie d'Italia; la società ha chiesto la cassa integrazione per 8.622 dipendenti fino a febbraio. In Irpinia gli operai lasciati dal gruppo tornano in fabbrica; a Taranto, dove al suo posto è arrivato lo Stato, tornano a casa.
Per tenere in vita l'acciaieria, secondo il conto ricostruito a gennaio da un quotidiano economico, dal 2012 i governi che si sono succeduti avevano speso 3,6 miliardi fra prestiti, ingressi nel capitale e cassa integrazione; a maggio se ne sono aggiunti altri 100 milioni, prestati per pagare stipendi, fornitori e manutenzioni. Quei soldi escono dalle tasse di tutti gli italiani e sono andati alla società dell'acciaieria e ai suoi dipendenti. Oggi i forni sono freddi, e la società, rimasta senza risorse, chiede che la cassa integrazione la versi direttamente l'Inps, cioè ancora una volta un ente pubblico. Allo stabilimento irpino, per ripartire, basta una somma pari a meno di quattro euro ogni mille spesi per l'ex Ilva, e a metterla è un'impresa.
Il metodo, del resto, è diverso. A Luogosano il consorzio provinciale ha cercato un'impresa del posto. A Taranto il governo punta sul coinvolgimento di Leonardo, Fincantieri e Ferrovie, società di cui è azionista, e un calendario degli investimenti ancora non si vede: lo Stato, per trovare chi investa, si rivolge a sé stesso.
Le offerte per comprare l'acciaieria tarantina scadono domani; per la fabbrica irpina il compratore ha già firmato, e i nuovi assunti passeranno prima dai banchi dell'istituto tecnico di Grottaminarda.
Il presente articolo nasce da un fatto di cronaca apparso su Il Mattino il 5 novembre 2026.

