L'euro tocca il minimo da maggio 2025: il rischio di cambio pesa sui dollari pagati che le vendite non riportano indietro
5 ottobre 2026, ore 09:42
Stamattina, negli scambi asiatici, l'euro è sceso fino a 1,1161 dollari, il livello più basso da maggio 2025. Lo riporta Bloomberg, che lega il calo ai timori sui conti pubblici e sulla stabilità politica di alcuni Paesi dell'area euro; altre testate aggiungono i rendimenti in salita dei titoli di Stato americani, che rendono il dollaro più richiesto. All'apertura delle Borse del continente, secondo l'ANSA, la moneta unica ne valeva 1,1197.
Il tasso di riferimento che la Banca centrale europea pubblica ogni giorno lavorativo misura la strada fatta: il 2 ottobre 2025 un euro valeva 1,1754 dollari, venerdì scorso 1,1225. Tradotto: un anno fa un biglietto verde costava 85 centesimi di euro, a fine settimana ne costava 89.
Il listino del fornitore è fermo, la fattura in euro no
Per un'impresa italiana che compra in dollari, quei quattro centesimi sono un rincaro che nessuno ha deciso. Il fornitore americano, o quello asiatico che fattura nella stessa valuta, non ha toccato il listino: è salita la moneta con cui lo si paga. Lo sa chi è stato in vacanza negli Stati Uniti e al ritorno ha aperto l'estratto della carta di credito: il menu era quello, la cifra in euro no. E nessun cameriere aveva ritoccato niente.
La stessa cosa tocca, più tardi e senza che si veda, a chi compra in euro da un distributore europeo una materia prima che sui mercati internazionali si tratta in valuta americana, come il petrolio, quotato al barile in dollari anche nelle rilevazioni di stamattina. Il distributore paga il suo fornitore in quella moneta, e prima o poi i prezzi in euro lo raccontano.
Il rischio vero è la differenza fra la valuta che esce e quella che entra
Lo stesso movimento, visto da chi vende negli Stati Uniti, va nel verso opposto: a prezzo invariato oltreoceano, ogni fattura incassata vale più euro. Per questo il primo numero da conoscere non è la quotazione della moneta unica, ma la propria esposizione netta: i pagamenti in dollari dei prossimi dodici mesi meno gli incassi nella stessa valuta. Se i due flussi si equivalgono, l'euro debole rincara gli acquisti e rivaluta le vendite nella stessa misura, e il margine resta dov'era. Si chiama copertura naturale e non costa niente; funziona meglio se uscite ed entrate cadono in mesi vicini.
Un esempio. Un'azienda da 15 milioni di fatturato compra ogni anno materia prima per 5 milioni di dollari e vende tutto in euro. Ai tassi della BCE di un anno fa e di venerdì, la stessa spesa costa oggi circa 200.000 euro in più: 1,3 punti di EBITDA persi senza che un solo listino sia cambiato. Se metà di quella valuta rientrasse da clienti americani, la perdita si dimezzerebbe.
Nel bilancio una parte del rincaro finisce lontano dalla materia prima
C'è poi un dettaglio che confonde chi legge i conti. Secondo il principio contabile OIC 26, un acquisto in valuta si registra al tasso del giorno in cui l'operazione è compiuta, e quell'importo entra nel costo della materia prima. La differenza fra il tasso della fattura e quello del giorno in cui il fornitore viene pagato va invece in una voce a parte del conto economico, la C17-bis, «utili e perdite su cambi», fra i proventi e gli oneri finanziari. Con pagamenti a 60 o 90 giorni e un euro che scende, un pezzo del rincaro esce dal margine industriale e ricompare più in basso, dove sembra una faccenda di banca. Per sapere quanto costa davvero la materia prima, le due righe vanno lette insieme.
Chi l'esposizione netta non la vuole tenere aperta può fissare il tasso in anticipo con un acquisto a termine: un contratto con la banca che stabilisce oggi a quanto si compreranno i dollari di un pagamento futuro. Toglie l'incertezza, e con essa il guadagno se l'euro dovesse risalire. È una scelta di prudenza, non una scommessa, e si fa bene solo su un numero contato prima.
L'andamento dell'euro non si prevede. I dollari che escono e quelli che rientrano, invece, si contano.
Il presente articolo nasce da un fatto di cronaca apparso su Bloomberg il 5 ottobre 2026.

