Attacchi hacker, Palazzo Chigi li cita a sostegno dei 40 miliardi della spesa militare. Per proteggere le reti lo Stato stanzia poco più di 400 milioni
8 novembre 2026, ore 16:13
Nella notte fra il primo e il 2 novembre qualcuno è entrato nei sistemi che regolano i frigoriferi di alcuni supermercati siciliani, passando dal call center che ne controlla a distanza gli impianti, e ha alzato le temperature fino a rovinare la merce; negli stessi giorni diversi voli in Europa hanno ricevuto falsi allarmi bomba. Il 6 novembre, a Verona, la presidente del Consiglio ha citato attacchi come questi per rispondere a chi critica la crescita della spesa militare: «non stiamo parlando semplicemente di armi», ha detto, ma di «mettere in sicurezza la quotidianità dei cittadini». Contro un intruso passato da un servizio di assistenza, insomma, è stata chiamata in causa una spesa che per più di due quinti serve a comprare armamenti.
L'argomento ha un fondamento, e proprio per questo conviene guardare quanto lo prende sul serio il bilancio. Secondo le stime dell'Osservatorio Mil€x sulle tabelle della legge di bilancio, nel 2027 la spesa militare supererà i 40 miliardi, e 17,2 andranno a produrre e comprare armamenti nuovi, quasi un terzo in più dell'anno prima. Sommando invece tutti i capitoli certi destinati alla protezione informatica, dal bilancio dell'Agenzia per la cybersicurezza nazionale ai programmi della Difesa e del ministero degli Esteri, il totale supera di poco i 400 milioni. Nel discorso i frigoriferi vengono prima dei carri armati; nei conti, per ogni cento euro spesi per la difesa, la protezione delle reti, civili e militari insieme, ne riceve uno.
Che servisse molto di più, lo Stato lo aveva già messo per iscritto. Nel maggio 2022 il governo di allora ha adottato una Strategia nazionale di cybersicurezza che chiedeva di destinare ogni anno alla sicurezza informatica l'1,2 per cento degli investimenti nazionali lordi, circa 5 miliardi, e i fondi arrivati da allora sono rimasti lontani da quell'obiettivo. Oggi alle reti arriva meno di un decimo della somma giudicata necessaria quattro anni fa; la sola spesa per gli armamenti, nel frattempo, cresce in dodici mesi di quattro miliardi, dieci volte tutto ciò che la protezione informatica riceve in un anno.
Nello stesso punto stampa la presidente del Consiglio ha difeso la legge di bilancio come la scelta di «mettere le risorse dove andavano messe», e nelle tabelle dei ministeri quella legge riesce perfino a togliere qualcosa. Il dicastero delle Infrastrutture perde tutti i 627.830 euro con cui la Motorizzazione, l'ufficio che custodisce patenti e targhe di tutti gli automobilisti, doveva rendere digitali i propri servizi e proteggerli dagli attacchi. La spesa militare la pagano i contribuenti, e la quota destinata ai nuovi armamenti la incassano le imprese che li costruiscono; il conto di un attacco riuscito, invece, resta a chi lo subisce, come i supermercati siciliani colpiti, che hanno buttato la merce rovinata e nei giorni seguenti ne stavano ancora calcolando il danno.
Per giustificare i carri armati è bastato nominare i frigoriferi; per proteggerli dagli hacker servirebbe una riga di bilancio tutta loro, e nella manovra non c'è.
Il presente articolo nasce da un fatto di cronaca apparso su Il Fatto Quotidiano l'8 novembre 2026.

