Si può rispondere sì a tutte e tre le domande dell'Osservatorio e avere l'EBITDA in calo
24 settembre 2026, ore 08:41
Il 23 settembre l'ANSA ha dato notizia dell'Osservatorio PMI del Sud di UniCredit, costruito con Svimez e Confindustria Campania Piccola Industria su un campione di 707 imprese di undici filiere produttive. I risultati: il 54,3% delle imprese dichiara un aumento del fatturato negli ultimi dodici mesi, il 50,4% prevede una crescita della produzione, il 51,9% si attende più addetti. Fra le difficoltà, il 27,6% indica i costi dell'energia e delle materie prime.
Tre risposte su quattro riguardano il volume: quanto si vende, quanto si produce, quante persone servono. La quarta riguarda un costo. Nessuna riguarda quello che resta in mezzo.
L'EBITDA misura quello che l'indagine non chiede
L'EBITDA è il risultato della gestione operativa prima degli ammortamenti, degli interessi sui debiti e delle imposte. Tradotto: quanto margine produce il mestiere dell'azienda prima di contare come sia stata finanziata, quanto abbia investito in passato e quanto paghi al fisco. È il numero che dice se la macchina azienda funziona o meno. Quando è basso o fermo per più anni, il problema non è la congiuntura: è il modello operativo, cioè come l'impresa compra, produce e vende.
Nelle imprese che seguo il fatturato dell'anno è la prima cosa che l'imprenditore racconta a memoria. L'EBITDA dell'anno prima, quasi sempre, bisogna andarlo a cercare nel bilancio.
Dodici milioni, due assunzioni, quaranta mila euro di margine in meno
Un esempio. Un'azienda di trasformazione alimentare fattura 12.000.000 di euro in un anno e chiude con un EBITDA di 1.800.000 euro, il 15% dei ricavi.
L'anno dopo i ricavi salgono a 12.960.000 euro: 960.000 euro in più, l'8%.
Materie prime, imballi ed energia assorbono 780.000 euro di quell'aumento.
Entrano due persone fra ufficio tecnico e amministrazione: due figure esperte costano all'azienda poco meno di 60.000 euro l'anno ciascuna, quindi 120.000 euro l'anno in più.
Affitti, assicurazioni e manutenzioni salgono di 100.000 euro l'anno.
Totale dei costi in più: 1.000.000 di euro in un anno, contro 960.000 euro di ricavi in più. L'EBITDA scende a 1.760.000 euro: 40.000 euro in meno dell'anno prima.
Quell'azienda, se il telefono dell'Osservatorio squillasse in quel momento, risponderebbe sì tre volte: fatturato in aumento, produzione in crescita, addetti in aumento. E indicherebbe anche l'energia e le materie prime fra le difficoltà. Tutte risposte vere. Nessuna dice che il margine si è ridotto.
E il conto non finisce all'EBITDA. Sotto ci sono ancora gli ammortamenti — in un'impresa industriale che investe valgono il 3-4% del fatturato — e sotto ancora gli interessi che l'azienda paga alle banche. Con 450.000 euro di ammortamenti in un anno, il reddito operativo di quell'esempio è 1.310.000 euro, e da lì partono gli interessi e poi le imposte.
Il confronto si fa in dieci minuti sul bilancio di verifica
Non serve aspettare il bilancio depositato. Serve il bilancio di verifica dell'anno scorso e quello aggiornato a oggi, ed è materia di controllo di gestione, non di adempimenti.
Si calcola l'EBITDA dei due periodi in euro. Poi si confrontano due variazioni: di quanto è cresciuto il fatturato e di quanto è cresciuto l'EBITDA, sempre in euro e sullo stesso numero di mesi.
Se il fatturato è salito dell'8% e l'EBITDA in euro è salito di meno dell'8%, la crescita ha consumato margine: ogni euro venduto in più ha lasciato in azienda meno di quanto lasciasse prima. Se l'EBITDA in euro è cresciuto più del fatturato, la crescita ha portato con sé anche il margine, e a quel punto vale la pena capire quale parte dell'azienda l'abbia prodotta.
È un conto che si può rifare ogni mese. Un sondaggio di categoria fotografa un settore una volta l'anno; il margine di una singola impresa si muove nei mesi in cui accadono le cose, e in quei mesi si può ancora intervenire.
Il presente articolo nasce da un fatto di cronaca apparso su ANSA.

