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In Giappone il riso è passato dalla scarsità all'eccesso: la scorta comprata per paura si paga due volte

29 settembre 2026, ore 09:29

Nell'estate del 2024 il riso tenuto nei magazzini privati del Giappone era sceso a 1,56 milioni di tonnellate, il livello più basso mai registrato. Sugli scaffali dei supermercati mancava, e il prezzo del sacco da cinque chili era quasi raddoppiato. Il 30 giugno di quest'anno le stesse scorte erano 2,43 milioni di tonnellate: il record opposto, con più di 400.000 tonnellate sopra il livello considerato adeguato.

A metà settembre il sacco da cinque chili è sceso sotto i 3.000 yen nei supermercati, per la prima volta da due anni. Nella regione di Niigata, quella che produce più riso in Giappone, la cooperativa agricola pagherà il raccolto di quest'anno circa il 40 per cento in meno di quello dell'anno scorso, sotto il costo di produzione. E il governo, che l'anno scorso aveva messo sul mercato 590.000 tonnellate delle sue riserve per far scendere i prezzi, adesso ne ricompra 210.000 per ricostituirle, con il riso che continua a calare.

Nella scarsità tutti comprano di più, e tutti nello stesso momento

L'estate torrida del 2023 ha rovinato il raccolto, la domanda di ristoranti e turisti è cresciuta, e dopo un avviso delle autorità su un possibile grande terremoto le famiglie hanno riempito le dispense. Chi coltiva, visti i prezzi, ha seminato di più. Il riso delle riserve pubbliche e quello dei nuovi raccolti sono arrivati quando la paura era già passata.

In Italia la stessa scena la ricorda chiunque abbia fatto la spesa nel marzo del 2020: la farina e il lievito di birra spariti dagli scaffali nel giro di pochi giorni. Il lievito è un organismo vivo, e produrne di più in fretta non si poteva. E il lievito fresco comprato in più, se non si usava entro poche settimane, finiva nella spazzatura, pagato al prezzo della paura.

In azienda il meccanismo è lo stesso, con cifre più grandi. Quando un fornitore allunga i tempi di consegna, chi compra ordina prima e ordina di più, per non fermare la produzione. Lo fanno anche i concorrenti, nelle stesse settimane. Il fornitore vede crescere gli ordini, li scambia per domanda vera e produce di più. Quando le consegne tornano regolari arriva tutto insieme: la merce ordinata per sicurezza, quella chiesta a due fornitori diversi per non restare senza, e quella che i fornitori hanno prodotto credendo a ordini gonfiati. È un riordino fatto con la paura al posto dei dati.

La scorta fatta per paura si paga una volta in cassa e una volta in bilancio

Il primo conto arriva subito. La merce si paga al fornitore alla scadenza della fattura, e da quel giorno i soldi restano fermi sugli scaffali finché quella merce non esce come prodotto venduto e incassato. Non pagano stipendi, non rendono interessi, e spesso, intanto, è il fido in banca a coprire il buco. Il magazzino è la banca dell'azienda, ma senza l'IBAN: ci si mettono i soldi e non si possono prelevare.

Il secondo conto arriva a fine anno, con il bilancio. L'articolo 2426 del codice civile, al numero 9, dice che le rimanenze si scrivono al costo di acquisto o di produzione, oppure «al valore di realizzazione desumibile dall'andamento del mercato, se minore». Tradotto: se a fine anno quella merce, una volta lavorata e venduta, renderebbe meno di quanto è costata, in bilancio va scritta al valore più basso, e la differenza diventa un costo dell'anno. La scorta comprata al prezzo della scarsità, quando la scarsità finisce, porta con sé una perdita che nessuno aveva messo nel preventivo.

Così la stessa decisione pesa due volte: prima sulla cassa, poi sull'utile. E pesa di più proprio sulle imprese che si sentivano più prudenti.

Il magazzino si misura in soldi, non in senso di sicurezza

Nelle scorte di un'azienda convivono due cose che a occhio sembrano uguali: la merce che serve a lavorare e la merce comprata per non restare senza. La prima gira, la seconda aspetta. Il modo per separarle non è contare i bancali, ma chiedersi per ogni materiale tre cose: quanti mesi di consumo ci sono in casa, a che prezzo sono stati pagati, e a che prezzo si comprerebbero oggi.

La domanda utile non è «che cosa manca», ma quanta liquidità si potrebbe liberare senza vendere un pezzo in più. Il magazzino, letto così, non è un posto: è un indicatore finanziario, e come ogni indicatore va guardato prima che il mercato cambi, non dopo. Le scorte minime e massime fissate su consumi e tempi di consegna misurati servono proprio a questo: a decidere quanto tenere quando la paura non c'è ancora.

In Giappone il governo ha dovuto vendere le riserve quando il riso mancava e ricomprarle quando avanzava. Nella scarsità la scorta sembra prudenza. Quando la scarsità finisce, si scopre quanto è costata.

Il presente articolo nasce da un fatto di cronaca apparso su Bloomberg.

Scritto dal Dott. Flavio Marzani, fondatore di www.fmstudioconsulenza.it

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