Maltempo in Lombardia, 376 milioni di danni: la polizza obbligatoria ripaga le macchine, i mesi di fermo li paga la cassa
7 ottobre 2026, ore 09:36
Fra il 20 e il 28 agosto il maltempo ha colpito molte zone della Lombardia: frane ed esondazioni nelle province di Brescia, Sondrio e Bergamo, con la Valle Camonica fra i punti più colpiti, e il 28 una supercella con grandine e raffiche su Cremona. Il 6 ottobre, in Consiglio regionale, il sottosegretario Mauro Piazza ha dato il conto: 200 comuni hanno segnalato danni per oltre 376 milioni di euro, e più di 500 persone sono state evacuate. Dal 6 al 9 ottobre la Protezione civile nazionale fa i sopralluoghi, poi il Consiglio dei ministri deciderà sullo stato di emergenza.
Dentro quella cifra ci sono anche le attività produttive. A Cremona il Comune le aveva messe nella stima fin da settembre, insieme a case e chiese.
La legge obbliga ad assicurare i beni, non l'attività
Dal 2025 le imprese italiane devono assicurarsi contro le catastrofi naturali, e dall'inizio del 2026 l'obbligo vale anche per le piccole e le micro, agricole escluse. Lo prevede l'articolo 1 della legge 213 del 2023, la manovra di bilancio per il 2024, dal comma 101 in poi; le regole della polizza stanno nel decreto ministeriale 18 del 2025. Si assicurano terreni, fabbricati, impianti, macchinari e attrezzature contro cinque eventi: terremoti, alluvioni, frane, inondazioni ed esondazioni. Chi non si assicura non riceve una multa: ne tengono conto le amministrazioni quando assegnano contributi e agevolazioni pubbliche, compresi quelli per le calamità.
Due cose restano fuori dall'obbligo. La prima sono la grandine e il vento, cioè proprio la supercella di Cremona: si coprono con estensioni che le compagnie vendono a parte. La seconda pesa di più. Il decreto obbliga a coprire solo i danni causati direttamente ai beni. Le settimane di fermo no.
Un'impresa che non lavora continua a pagare
Il danno che si vede è il reparto allagato, e la polizza lo rimborsa dopo la perizia. Quello che non si vede arriva più tardi. Per settimane, a volte per mesi, non si produce e non si fattura, e intanto escono gli stipendi, le rate dei mutui, l'affitto, le fatture dei fornitori per la merce già arrivata. Le uscite restano quelle di un'azienda che lavora; le entrate diventano quelle di una fabbrica chiusa.
Gli assicuratori lo chiamano danno da interruzione di attività, in inglese business interruption. Si copre con una garanzia a parte, che di solito rimborsa il margine perso e le spese che continuano durante il fermo. Non è imposta dalla legge, e nella polizza di base non c'è.
Chi ha l'auto assicurata contro la grandine conosce il meccanismo: dopo il temporale la polizza paga il carrozziere, e le tre settimane a piedi restano a carico di chi la usava per lavorare. Per un'impresa quelle settimane costano di più, perché nel frattempo chi compra si serve altrove. La lamiera è assicurata; la pazienza dei clienti no.
Gli aiuti pubblici arrivano dopo, e sono piccoli
Secondo la ricostruzione de La Provincia di Cremona del 26 settembre, sentita la Protezione civile regionale, l'eventuale stato di emergenza porterebbe un primo stanziamento fra 3 e 5 milioni per tutti i territori colpiti, destinato agli interventi pubblici urgenti. I contributi per far ripartire le attività produttive verrebbero con una seconda delibera, almeno un paio di mesi dopo, con un tetto indicativo di 20.000 euro per impresa. Accanto ai 376 milioni segnalati, quel primo stanziamento vale, nel caso migliore, poco più di un euro ogni cento di danni.
Non è colpa di nessuno: dopo una calamità vengono prima le strade, i ponti e gli sfollati, poi le imprese, con cifre che servono a ripartire, non a reggere tre mesi senza fatturato.
Quanto regge un'azienda senza incassi si misura prima
Il conto da fare in casa propria è uno: per quante settimane l'azienda può pagare le uscite che non si fermano senza incassare niente, con la cassa che ha e con la parte dei fidi che non usa. È la sua autonomia, ed è qui che il margine libero sulle linee di credito smette di sembrare uno spreco. Lasciare inutilizzato circa un quarto dell'accordato serve proprio agli imprevisti di cassa, e un'alluvione è il caso per eccellenza.
Accanto a quel numero si mette quanto durerebbe davvero il fermo: il tempo di consegna di una macchina nuova, la pulizia di un reparto pieno di fango, il collaudo prima di ripartire. Se il fermo dura più dell'autonomia, il buco va coperto prima che arrivi l'acqua: con la garanzia sull'interruzione di attività, con linee già accordate, con una previsione di cassa che dica in anticipo dove manca il denaro.
La polizza obbligatoria rimette in piedi lo stabilimento. A tenere viva l'azienda, nei mesi in cui è ferma, resta la cassa.
Il presente articolo nasce da un fatto di cronaca apparso su ANSA il 6 ottobre 2026.

