L'energia più cara alza il punto di pareggio: il rincaro si misura in fatturato da aggiungere, non in euro di bolletta
9 ottobre 2026, ore 09:40
L'8 ottobre la Banca d'Italia ha pubblicato l'indagine trimestrale sulle imprese dell'industria e dei servizi con almeno 50 addetti: oltre quattro su cinque dicono che la guerra in Medio Oriente e la chiusura dello stretto di Hormuz hanno fatto salire i loro costi energetici, e fra quelle colpite circa il 45 per cento non ha adottato strategie specifiche.
Quel rincaro non si misura sulla bolletta, ma su quanto sposta il punto di pareggio.
L'energia sta fra i costi fissi, quelli che decidono la soglia della perdita
Il punto di pareggio, o Break Even Point, è il fatturato minimo che copre tutti i costi: sotto quella soglia l'azienda perde, sopra guadagna. Si calcola dividendo i costi fissi per il margine di contribuzione percentuale.
Quest'ultimo nasce togliendo dal valore della produzione le spese variabili: il costo del venduto, cioè materie prime e merci corrette per la variazione delle loro scorte, e le provvigioni. Diviso per il valore della produzione, dà la parte di ogni euro venduto che resta per coprire i costi fissi.
L'energia non sta fra quelle spese. La bolletta non segue uno per uno i pezzi prodotti o i servizi venduti: si paga anche per tenere accesi impianti, uffici e magazzini, e fra un periodo di ordini pieni e uno debole si muove molto meno delle vendite. Per questo si tratta come una voce fissa o semifissa.
Perché la soglia si sposta più della bolletta
Se di ogni euro venduto restano quaranta centesimi di margine, per coprire un euro di costi fissi in più bisogna fatturarne due e mezzo.
Un esempio. Un'azienda che costruisce macchine per l'imballaggio fattura 22 milioni con un margine di contribuzione del 40 per cento, e quest'anno per l'energia spende 220.000 euro più dell'esercizio precedente. Il margine non cambia, perché l'energia non vi entra, e il punto di pareggio sale di 550.000 euro di fatturato.
Recuperato sul prezzo, invece, lo stesso rincaro chiede un listino che porti ricavi in più per la cifra della bolletta, o poco di più, a parità di pezzi venduti e se i clienti lo accettano. Un aumento di prezzo non porta con sé materia prima da comprare, e va a margine quasi per intero: ne resta fuori solo la parte che finisce in provvigioni, quando agli agenti spetta una percentuale sul fatturato.
Come si misura, prima di decidere che cosa fare
Il conto si fa in tre passaggi. Il primo è separare le voci fisse da quelle variabili, riga per riga, perché la natura di una spesa dipende dall'azienda e non dalla categoria: le lavorazioni affidate a terzi in un'impresa seguono i volumi, in un'altra no. È il primo passo di ogni analisi dei costi. Il secondo è ricalcolare il punto di pareggio con la spesa energetica prevista per l'anno in corso. Il terzo è confrontarlo con il valore della produzione atteso: la distanza, in euro e in percentuale, dice quanto spazio resta prima della perdita, e il confronto con l'anno scorso mostra quanto il rincaro l'ha ridotto.
Le contromisure registrate dalla Banca d'Italia agiscono su punti diversi della formula. Fra le imprese industriali che si sono mosse, circa due su cinque hanno puntato soprattutto sull'autoproduzione di energia elettrica: si comprano meno kilowattora, ma l'impianto aggiunge ammortamenti, anch'essi costi fissi, e la soglia scende solo se il risparmio in bolletta supera la quota annua di ammortamento. Nei servizi, sempre fra chi si è mosso, circa un terzo ha cambiato fornitore o rinegoziato i contratti, e ha lavorato sul prezzo dell'energia, cioè ancora sui costi fissi. Ritoccare il listino, infine, alza il margine di contribuzione percentuale, il divisore della formula, e abbassa la soglia per tutti i costi fissi, non solo per l'energia.
L'errore tipico è giudicare il rincaro dalla sua quota sulle vendite
Lo sbaglio più frequente è leggere l'aumento in percentuale sul fatturato e concludere che pesa poco. Nell'azienda delle macchine per l'imballaggio valeva l'uno per cento delle vendite: a volumi invariati toglieva all'utile proprio quell'uno per cento, ma per recuperarlo vendendo di più servivano 550.000 euro di ordini in più. Un'impresa che superava il vecchio pareggio di meno di 550.000 euro finiva in perdita.
Il secondo sbaglio è contare sui volumi per assorbirlo. È la strada più faticosa: ogni euro di rincaro va coperto con due euro e mezzo di vendite in più, che portano con sé scorte, crediti verso clienti e ore di produzione da finanziare.
Nei propri conti la verifica si fa con due numeri: il punto di pareggio calcolato con la spesa energetica dell'esercizio scorso e quello rifatto con le bollette previste per quest'anno. La differenza è il fatturato in più che l'energia sta chiedendo all'azienda.
Il presente articolo nasce da un fatto di cronaca apparso su Banca d'Italia l'8 ottobre 2026.

