Pensioni dal 2027: il taglio è uguale per tutti, la speranza di vita no
23 ottobre 2026, ore 18:25
Il 16 ottobre il ministero del Lavoro, d'accordo con quello dell'Economia, ha firmato un decreto che quasi nessuno ha letto. Dal 1° gennaio 2027 cambiano i coefficienti di trasformazione, cioè le percentuali con cui i contributi versati in una vita di lavoro diventano pensione. A parità di versamenti e di età, l'assegno cala. Una pensione calcolata tutta sui versamenti che quest'anno, a 67 anni, vale 1.500 euro lordi al mese, l'anno prossimo ne vale 25 di meno. Ogni mese, per sempre.
Non serve un voto. Lo prevede la legge 335 del 1995, che chiede di rivedere i coefficienti «sulla base delle rilevazioni demografiche»: oggi la revisione arriva ogni due anni, con la puntualità che altri uffici si sognano. Il ragionamento è questo: se gli italiani vivono più a lungo, la pensione si paga per più anni, e ogni rata deve essere più piccola. Il conto torna. Torna sulla media.
Ma di chi è la vita più lunga? La tabella che accompagna il decreto è minuziosa. Le probabilità di morte sono divise per età e per sesso, e c'è perfino la differenza media d'età fra marito e moglie, che serve per la pensione di reversibilità, quella che passa al coniuge dopo la morte. Il mestiere fatto per quarant'anni non c'è. Il muratore e il dirigente d'azienda, a parità di età, ricevono lo stesso coefficiente.
Una differenza l'Istat l'ha misurata, quella per titolo di studio. Nelle tavole pubblicate nel 2016, sui decessi del 2012, un uomo di 67 anni con la laurea aveva davanti in media 1,8 anni di vita più di uno che si era fermato al massimo alla licenza media. Nel 2018 Carlo Lallo e Michele Raitano, economisti che hanno studiato gli archivi dell'INPS, hanno scritto che le regole italiane, calcolando la pensione sulla speranza di vita media, trasformano il sistema in una redistribuzione «regressiva», da chi vive meno a chi vive di più. È solidarietà, ma al contrario.
Il conto che nel decreto manca è semplice. Con la stessa pensione da 1.500 euro lordi al mese, tredicesima compresa, quella differenza di 1,8 anni vale circa 35.000 euro: tanti ne riscuote in meno, sugli stessi versamenti, chi si è fermato alla licenza media rispetto al laureato. Quei soldi non spariscono: restano nella cassa comune e pagano gli anni in più di chi vive più a lungo.
Così ogni due anni il taglio arriva uguale per tutti, perché tutti, in media, vivono di più. Chi ha passato la vita in cantiere si vede ridurre l'assegno come se dovesse vivere quanto la media. Quella media, però, la alzano gli anni in più di chi ha passato la vita in ufficio.
Quindi la domanda, per il ministero del Lavoro: se nella tabella c'è posto per la differenza d'età fra marito e moglie, perché non ce n'è per gli anni di vita che separano chi ha lavorato in cantiere da chi è stato dietro una scrivania?
Davanti al coefficiente gli italiani sono tutti uguali. Davanti all'Istat, no.
Il presente articolo nasce da un fatto di cronaca apparso su Avvenire il 22 ottobre 2026.

